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Letteratura italiana Einaudi
Emilio Lussu - Un anno sull Altipiano
Hurrà!
Il vento soffiava contro di noi. Dalla parte austriaca,
ci veniva un odore di cognac, carico, condensato, come
se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per
anni. Durante il canto e il grido dell hurrà! sembrava
che le cantine spalancassero le porte e c inondassero di
cognac. Quel cognac mi arrivava a ondate alle narici, mi
si infiltrava nei polmoni e vi restava con un odore misto
di catrame, benzina, resina e vino acido.
Pronti per il contrattacco! continuava a gridare il
maggiore, in piedi, in mezzo ai soldati.
La mia attenzione fu attirata principalmente dal capi-
tano della 11a . Egli era in piedi, ben dritto, il volto
sporco di terriccio, la testa scoperta. Con la destra im-
pugnava la pistola e con la sinistra l elmetto. Era a pochi
metri da noi.
Vili! gridava, venite avanti, se avete coraggio!
Venite! Venite!
E si rivolgeva ora agli austriaci lontani che avanzava-
no, ora ai suoi soldati che stavano a terra e lo guardava-
no attoniti. Era l elmetto che, con il braccio teso, egli
puntava come una pistola. Ed era la pistola che, scam-
biandola per l elmetto, si sforzava di mettersi in testa.
Quanto piú i suoi sforzi riuscivano vani, tanto piú si esa-
sperava e gridava. Batteva la pistola sulla testa, con colpi
violenti, e il sangue colava sulla faccia. Il capitano sem-
brava una furia insanguinata.
Hurrà!
Gli austriaci non erano ormai che ad una cinquantina
di metri.
Alla baionetta! gridò il maggiore.
Savoia! urlarono i reparti, lanciandosi in avanti.
Di quello che avvenne in quello scontro, io non ho
mai conservato un ricordo chiaro. L odore di quel co-
gnac mi aveva stordito. Ma vidi distintamente che, di
fronte a noi, alla sinistra, dalle formazioni austriache, si
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Emilio Lussu - Un anno sull Altipiano
staccò un gruppo di tre uomini con una mitragliatrice e
s appostarono dietro una roccia. Il tac-tac della Schwarz-
lose seguí a quel movimento rapido. Il fascio del tiro si-
bilò attorno a noi. Il maggiore era al mio fianco. La pisto-
la gli cadde di mano, levò le braccia in alto e si rovesciò
su di me. Feci uno sforzo per sorreggerlo ma caddi an-
ch io per terra. Il suo attendente si buttò al suo fianco
per sollevarlo. Il maggiore rimase steso, immobile. L at-
tendente gli sbottonò la giubba, e noi ne vedemmo il pet-
to ricoperto di sangue. La corazza metallica, a scaglie di
pesce, era crivellata di colpi.
Mi levai e ripresi la corsa, avanti. Lo scontro tra i nostri
e gli austriaci era già avvenuto. Confusamente frammi-
schiati, gli uni e gli altri si arrestarono. I reparti austriaci
ripiegarono, al passo, fucile a tracolla, com erano avanza-
ti. La resistenza imprevista li aveva scompaginati. I nostri,
trattenuti dagli ufficiali, ventre a terra, aprirono il fuoco,
alle spalle. Io vidi cadere solo qualcuno. I reparti, affian-
cati, disparvero presto, dietro le creste. Il vento continua-
va a soffiare e a buttarci contro ondate di cognac.
Il povero maggiore aveva dato degli ordini chiari sul
contrattacco. Egli voleva che, respinti gli austriaci, il
battaglione rioccupasse le sue posizioni di partenza. Io
feci eseguire l ordine rapidamente, L ufficiale piú anzia-
no del battaglione, il capitano Canevacci, assunse il co-
mando del battaglione.
Il terreno era coperto di morti, ma avevamo resistito.
Riportammo indietro i feriti, alla meglio, ché non aveva-
mo piú barelle. Il tenente Grisoni, portato a braccia da
due soldati, la gamba fratturata, pipa in bocca, scendeva
zufolando.
Riordinammo i reparti e facemmo l appello dei presenti.
Le ore passarono. Il sole piegava verso il Pasubio e
noi eravamo ancora sulla linea, senza notizie. Gli au-
striaci si facevano vivi solo per qualche colpo d artiglie-
ria da campagna. Dopo la tempesta, era la calma.
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Un ordine scritto del comandante del settore ci rimise
in movimento. L ordine diceva: «Il nemico ha potuto
prender posizione in piú punti. La linea di Monte Fior
non è piú sostenibile. Al ricevere del presente, il batta-
glione ripieghi in ordine su Monte Spill».
Ripiegare su Monte Spill? gridava il capitano Ca-
nevacci, inveendo sul portaordini. E domani, un altro
ordine ci farà attaccare Monte Fior e noi saremo spac-
ciati.
Il capitano non ammetteva che si potesse abbandona-
re al nemico, senza resistenza ulteriore, una posizione
cosí importante.
Io mi faccio fucilare, ripeteva, ma non ripiego.
Il portaordini chiedeva uno scritto che accusasse rice-
vuta dell ordine che aveva consegnato, ma il capitano
glielo rifiutò.
Di che io non do l ordine di ripiegamento... Di che
mi possono fucilare per rifiuto d obbedienza, ma che il
battaglione, finché io ne sono il comandante, non ab-
bandona Monte Fior.
Io tentai di dimostrargli che il comandante del setto-
re era il solo competente a decidere sulla situazione e
che noi non avevamo nessuno degli elementi necessari
per giudicare che avesse torto. Che, in ogni caso, biso-
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